Lettera a chi ha incontrato il fragile
Ci sono incontri che non scegliamo.
Non li cerchiamo.
Non li desideriamo.
Eppure arrivano.
A volte hanno il volto di una malattia.
A volte di una perdita.
A volte di una persona che amiamo.
A volte del nostro stesso limite.
Fino a quel momento pensavamo, magari senza accorgercene, che ogni problema avesse una soluzione.
Che ogni ferita potesse essere guarita.
Che ogni difficoltà potesse essere superata.
Poi arriva il fragile.
E qualcosa cambia.
Perché il fragile non si lascia dominare.
Non si lascia organizzare.
Non si lascia correggere secondo i nostri tempi.
Non si lascia convincere.
Non si lascia aggiustare.
E questo, all’inizio, fa male.
Fa male perché ci mette davanti a una verità che avremmo preferito non incontrare.
La nostra impotenza.
Ci accorgiamo di non poter fare quello che vorremmo.
Non possiamo togliere il dolore.
Non possiamo eliminare la paura.
Non possiamo restituire ciò che è stato perduto.
Non possiamo garantire che tutto andrà bene.
E allora nasce una domanda silenziosa.
Che cosa faccio adesso?
Che cosa faccio quando non posso aggiustare?
Che cosa faccio quando non posso salvare?
Che cosa faccio quando non posso cambiare quello che ho davanti?
Per molto tempo ho pensato che il difficile fosse stare accanto alla sofferenza.
Poi ho capito che il difficile è un’altra cosa.
Il difficile è restare.
Restare quando non si può risolvere.
Restare quando non si può spiegare.
Restare quando non si può vincere.
Restare quando tutto dentro di noi vorrebbe scappare.
Perché il fragile ci spoglia.
Ci toglie molte delle cose con cui siamo abituati a proteggerci.
L’efficienza.
La competenza.
Le risposte.
Le strategie.
Perfino l’idea di poter essere utili.
E ci lascia con qualcosa di molto più semplice.
La presenza.
Non è poco.
Anzi.
Forse è una delle cose più rare.
Ci sono persone che hanno incontrato il fragile e hanno scoperto che non tutto ciò che conta può essere misurato dai risultati.
Che esistono momenti in cui amare significa semplicemente esserci.
Momenti in cui la fedeltà vale più dell’efficacia.
Momenti in cui una mano appoggiata accanto a un letto dice più di molte parole.
Momenti in cui il bene non consiste nel cambiare una situazione, ma nel non abbandonarla.
Questo non rende il fragile meno doloroso.
Non rende la perdita meno perdita.
Non rende la malattia meno malattia.
Non rende la paura meno paura.
Ma cambia qualcosa nel modo di stare.
Perché lentamente si scopre che il valore di una presenza non dipende soltanto da ciò che riesce a fare.
Dipende anche dalla sua capacità di restare.
Se hai incontrato il fragile, forse sai già di che cosa sto parlando.
Forse conosci quella sensazione di trovarti davanti a qualcosa che non puoi controllare.
Forse conosci la tentazione di voltarti dall’altra parte.
Forse conosci la stanchezza.
L’impotenza.
La domanda senza risposta.
Vorrei soltanto dirti questo.
Non tutto ciò che è fragile chiede di essere aggiustato.
Alcune cose chiedono prima di tutto di essere incontrate.
E qualche volta l’atto più umano che ci è dato compiere non è guarire.
Non è risolvere.
Non è vincere.
È restare.
E continuare a riconoscere, anche lì, la dignità di ciò che abbiamo davanti.