Lettere

Lettera a chi non vuole essere ridotto alla propria malattia

By Fabrizio Tiezzi 11 Giugno 2026
Fabrizio Tieizzi Musicoterapeuta e Formatore - Lettere

Ho conosciuto una donna che stava morendo.
Non lo dico per impressionare.
Lo dico perché è così.
Per quasi un anno ci siamo incontrati in una stanza di ospedale.
Quando l’ho conosciuta aveva una malattia grave.
Molto grave.
Una di quelle malattie che, lentamente, iniziano a occupare sempre più spazio.
Prima nei pensieri.
Poi nelle conversazioni.
Poi nelle giornate.
Poi nel corpo.
Ad un certo punto sembra che tutto ruoti intorno a lei.
Gli esami.
Le terapie.
Le attese.
Le paure.
I valori del sangue.
Le speranze.
La malattia.
Eppure, ogni volta che entravo nella sua stanza, accadeva qualcosa che continuava a sorprendermi.
Lei non era soltanto la sua malattia.
Era una donna che amava dipingere.
Era una moglie.
Era una madre.
Era una persona che ricordava i profumi della salvia e del rosmarino.
Che parlava dei campi di grano della sua infanzia.
Che amava gli alberi.
Le montagne.
Il mare.
La musica.
La bellezza.
La malattia era lì.
Sempre.
Ma non riusciva a occupare tutto.
Per molto tempo non ho compreso fino in fondo quello che stavo osservando.
Pensavo di accompagnare una persona malata.
Con il tempo mi sono accorto che stavo assistendo a qualcosa di diverso.
Stavo vedendo una persona che continuava a essere sé stessa.
Non negando la realtà.
Non fingendo che andasse tutto bene.
Non facendo finta di non avere paura.
Continuando semplicemente a essere Rose.
Anche quando sarebbe stato molto più facile diventare soltanto una paziente.
Ci sono stati momenti di rabbia.
Momenti di paura.
Momenti in cui ha pianto dicendo:
“Non voglio morire.”
Momenti in cui ha avuto paura del buio.
Paura del freddo.
Momenti in cui il dolore era molto più grande delle parole.
Ma anche in quei momenti continuava a emergere qualcosa.
Una foresta.
Un profumo.
Un ricordo.
Un viaggio.
Una musica.
Una persona amata.
Come se una parte di lei continuasse ostinatamente a ricordare chi era.
Negli ultimi mesi il corpo era molto affaticato.
Le energie diminuivano.
Il dolore aumentava.
Respirare diventava difficile.
Eppure continuava a parlare di amore.
Di figli.
Di libertà.
Di anima.
Di bellezza.
Fino alla fine.
Ricordo il nostro ultimo incontro.
Era il 6 dicembre.
Aveva la mascherina per l’ossigeno.
I drenaggi.
Un dolore che faticavo perfino a immaginare.
Quando entrai nella stanza mi guardò e disse:
“Oggi portami a teatro.”
Così facemmo.
Costruimmo insieme un concerto immaginario.
Ascoltammo musica.
Parlammo della bellezza.
Parlammo dell’anima.
Parlammo della musica come di qualcosa che nessuna malattia riesce a consumare completamente.
Poi accadde qualcosa.
Le lacrime iniziarono a scendere.
Pensai al dolore.
Pensai alla fatica.
Pensai alla sofferenza.
Mi disse che erano lacrime di gioia.
Mi disse che il dolore era finalmente sparito.
Non diminuito.
Non attenuato.
Sparito.
Poi arrivò il Canone di Pachelbel.
Lei iniziò a cantare.
Con la mascherina per l’ossigeno.
Con il corpo ormai allo stremo.
Con una dolcezza che non dimenticherò mai.
E a un certo punto pronunciò una frase.
L’ultima che mi avrebbe detto.
“È un trionfo.”
Per molto tempo ho pensato a quelle parole.
Ancora oggi ci penso.
Non credo stesse parlando della guarigione.
Non credo stesse parlando della vittoria sulla malattia.
Non credo stesse parlando della morte.
Credo stesse parlando di qualcosa che la malattia non era riuscita a portarle via.
La sua capacità di amare.
Di commuoversi.
Di riconoscere la bellezza.
Di cantare.
Di essere pienamente sé stessa.
Il giorno dopo morì.
E da allora, ogni volta che incontro una persona che sta attraversando una malattia, penso a lei.
Penso a quanto sia doloroso quando una diagnosi diventa l’unica cosa che gli altri riescono a vedere.
Penso a quanto sia ingiusto quando una persona viene lentamente ridotta al proprio sintomo.
Al proprio esame.
Alla propria prognosi.
Alla propria cartella clinica.
Vorrei allora dirti una cosa semplice.
Tu non sei la tua malattia.
Non sei il tuo dolore.
Non sei il tuo sintomo.
Non sei il nome scritto su un referto.
Tutto questo può riguardare la tua vita.
Può trasformarla.
Può limitarla.
Può ferirla profondamente.
Ma non esaurisce ciò che sei.
C’è qualcosa che continua a esistere anche quando molte altre cose cambiano.
Qualcosa che continua ad amare.
A desiderare.
A ricordare.
A riconoscere la bellezza.
A cercare un volto amico.
A commuoversi.
A sperare.
Forse custodire questa parte non significa vincere la malattia.
Forse significa qualcosa di ancora più importante.
Significa non consegnarle tutto.
Rose non è guarita.
Ma fino all’ultimo è rimasta Rose.
E forse è proprio questo il trionfo di cui parlava.