Lettere

Lettera a chi continua a tornare

By Fabrizio Tiezzi 11 Febbraio 2026

Non so se qualcuno te lo abbia mai detto.
Forse no.
Perché chi si prende cura degli altri riceve spesso richieste, aspettative, urgenze.
Più raramente riceve riconoscimento.
Eppure io vorrei dirti una cosa semplice.
Ti ho visto.
Ho visto persone come te.
Ho visto medici entrare in reparto al mattino sapendo che la giornata avrebbe potuto portare una buona notizia o una tragedia.
Ho visto infermieri imparare a riconoscere la paura negli occhi di chi stava entrando per un trattamento difficile.
Ho visto operatori restare accanto a persone che soffrivano in modi che le parole non riescono a raccontare.
Ho visto professionisti tornare al lavoro il giorno dopo una morte.
Non perché fossero freddi.
Non perché non gli importasse.
Ma perché c’erano altre persone che avevano bisogno di loro.
Ricordo una mattina.
Era morto un ragazzo molto giovane che avevo seguito a lungo.
Il giorno dopo entrai in reparto.
Pronunciai il suo nome.
La coordinatrice abbassò lo sguardo per un istante.
Poi guardò l’elenco dei pazienti e iniziò a parlare della giornata.
Allora non capii.
O forse capii solo in parte.
Con il tempo ho pensato spesso a quel momento.
In quello sguardo abbassato c’era qualcosa che allora non sapevo ascoltare.
Non era indifferenza.
Era il peso di dover continuare.
Perché c’erano altre porte da aprire.
Altri letti.
Altri volti.
Altre famiglie.
Altre speranze.
A volte chi vive accanto al fragile impara a non fermarsi.
Non per mancanza d’amore.
Per eccesso di responsabilità.
Siamo abituati a vedere il dolore del paziente.
Siamo meno abituati a vedere il dolore di chi resta accanto al paziente.
Eppure c’è una domanda che raramente qualcuno vi rivolge.
Come state?
Non come professionisti.
Non come operatori.
Non come medici.
Non come infermieri.
Come esseri umani.
Perché vivere ogni giorno accanto alla fragilità lascia tracce.
Le lascia nel corpo.
Nel sonno.
Nelle parole che non vengono dette.
Nei silenzi.
Nei pensieri che continuano ad accompagnarti anche quando il turno è finito.
Ci sono ferite che imparano a stare in silenzio.
E non per questo smettono di esistere.
Ci sono pesi che diventano parte del paesaggio quotidiano.
E proprio per questo rischiano di non essere più visti.
Forse nessuno può attraversare per anni certi luoghi senza pagare un prezzo.
E forse riconoscere questo prezzo non significa essere deboli.
Significa essere vivi.
Ci sono persone che dedicano la loro esistenza a stare accanto al dolore degli altri.
Molte di loro non si considerano straordinarie.
Fanno semplicemente il proprio lavoro.
Giorno dopo giorno.
Turno dopo turno.
Paziente dopo paziente.
Ma da fuori si vede qualcosa che da dentro forse è difficile vedere.
Si vede il coraggio silenzioso di chi continua a tornare.
Di chi continua a mettersi accanto al fragile.
Di chi continua a restare disponibile all’incontro nonostante tutto.
Non so quali storie porti dentro di te.
Non so quali volti ti accompagnino ancora.
Non so quali nomi siano rimasti impressi nella tua memoria.
Non so quante volte tu abbia dovuto salutare qualcuno e poi tornare da qualcun altro che aveva bisogno di te.
Ma so che esistono persone che devono una parte della loro speranza al fatto che tu ci sia stato.
Forse non lo sapranno mai.
Forse non te lo diranno mai.
Forse tu stesso non te ne renderai conto.
Ma è così.
E allora questa lettera non vuole insegnarti nulla.
Non vuole spiegarti come prenderti cura di te.
Non vuole aggiungere un altro compito a tutti quelli che già porti.
Vuole soltanto fermarsi un momento accanto a te.
E dirti:
Ti ho visto.
Ho visto la fatica.
Ho visto il peso.
Ho visto il prezzo.
E forse, per un istante, ho sentito anche qualcosa di tutto ciò che hai dovuto portare in silenzio.
Ho visto anche la dignità silenziosa di chi continua a tornare.
Non perché sia invincibile.
Ma perché, nonostante tutto, ha scelto di restare.