Body Tambura e presenza: vibrazione, corpo e continuità del Sé
Sentire meglio non significa sempre sentire meno. La Body Tambura lavora sulla presenza e sulla possibilità di restare dentro la propria esperienza.
Body Tambura e presenza: vibrazione, corpo e continuità del Sé
Molte persone che arrivano in seduta di Body Tambura si aspettano di sentire meno: meno tensione, meno ansia, meno dolore, meno rumore interno. È un’aspettativa comprensibile, e in molti casi la vibrazione produce effettivamente un abbassamento dell’attivazione e una sensazione di quiete. Ma nella mia esperienza clinica, il contributo più significativo della Body Tambura riguarda qualcosa di diverso dalla riduzione: riguarda la possibilità di sentire meglio ciò che è già presente, e di restare in contatto con la propria esperienza senza esserne sopraffatti.
Cosa significa continuità del Sé nel corpo
La continuità del Sé è un concetto che viene dalla psicologia dello sviluppo e dalle neuroscienze interpersonali. In termini semplici, indica la capacità di una persona di sentirsi la stessa attraverso il tempo: di mantenere un filo tra ciò che era ieri, ciò che è oggi e ciò che sarà domani. Questa continuità non è soltanto cognitiva, non riguarda solo la memoria e il pensiero. Ha una componente corporea profonda: il corpo è il primo luogo in cui sentiamo di essere noi stessi, e quando questa percezione si interrompe, la persona può sentirsi frammentata, disconnessa, estranea a sé.
Nel lavoro clinico incontro spesso persone che descrivono questa condizione con parole come “non mi sento io,” “mi sembra di non essere dentro il mio corpo,” “faccio le cose ma è come se non fossi presente.” Sono descrizioni di una discontinuità nell’esperienza di sé che ha quasi sempre una radice corporea: il corpo c’è, funziona, si muove, ma la persona non lo abita con la stessa densità di prima.
Sentire di più, sentire meglio
La Body Tambura, con la sua vibrazione diretta sul corpo, può riattivare la percezione corporea in modo molto specifico. Il corpo comincia a sentire il proprio peso, il proprio volume, i propri confini. La pelle torna a essere una superficie sensibile, il respiro diventa percepibile, le zone del corpo che erano “spente” tornano a trasmettere informazioni. Questo processo non è sempre confortevole, perché sentire di più significa anche sentire ciò che era rimasto sullo sfondo: una tensione cronica, una stanchezza profonda, un’emozione trattenuta.
Nella mia esperienza, questo momento è clinicamente prezioso. Quando una persona, all’interno di una relazione musicoterapica sicura, riesce a tollerare un aumento della percezione senza bisogno di difendersene, sta compiendo un passo verso una maggiore integrazione. Sta ampliando la propria capacità di presenza. E la presenza, intesa come capacità di stare nel corpo che ascolta senza fuggire e senza anestetizzarsi, è una delle competenze più importanti che il lavoro terapeutico può sostenere.
La vibrazione come sostegno alla presenza
La Body Tambura facilita questo processo perché la vibrazione offre al corpo un sostegno sensoriale continuo mentre la percezione si amplia. È come avere un appoggio mentre si attraversa un terreno sconosciuto: il corpo sente di più, ma sente anche di essere sostenuto, accompagnato, contenuto dalla vibrazione stessa. Questo doppio movimento, sentire di più e sentirsi tenuti mentre lo si fa, è una delle caratteristiche più specifiche del lavoro con la Body Tambura nel contesto della musicoterapia recettiva.
Nel mio lavoro osservo che la vibrazione aiuta molte persone a restare in contatto con esperienze che altrimenti avrebbero bisogno di evitare. Un’emozione che emerge durante la seduta può essere accolta perché il corpo si sente sufficientemente sostenuto per contenerla. Una sensazione fisica sgradevole può essere esplorata perché la vibrazione offre un contrappunto sensoriale che la rende tollerabile. La persona non viene spinta verso l’intensità: viene accompagnata mentre l’intensità emerge da sola.
Restare dentro l’esperienza
La continuità del Sé, nel lavoro con la Body Tambura, si ricostruisce seduta dopo seduta attraverso esperienze di presenza sostenuta. Ogni volta che il corpo riesce a restare dentro un’esperienza senza frammentarsi, senza dissociarsi, senza dover scappare, sta rinforzando la propria capacità di continuità. Sta imparando, a livello sensoriale e nervoso, che è possibile sentire ciò che si sente e restare interi.
Per molte persone che arrivano in terapia con una storia di frammentazione, di disconnessione dal corpo, o semplicemente con la sensazione di non riuscire a essere presenti nella propria vita, questa esperienza ha un valore profondo. La Body Tambura non restituisce la continuità del Sé per effetto della vibrazione. La restituisce perché, dentro una relazione di cura attenta, offre al corpo le condizioni per ritrovare il filo della propria esperienza e ricominciare a seguirlo.
Per approfondire
Il concetto di continuità del Sé è stato formulato da Daniel Stern nel suo lavoro sullo sviluppo del senso di sé nel bambino. In The Interpersonal World of the Infant (1985), Stern descrive come il senso di un sé nucleare emerga attraverso esperienze ripetute di coerenza corporea, di agentività e di continuità temporale. La musica e il ritmo, secondo Stern, sono tra le forme di esperienza che più direttamente sostengono questa continuità, attraverso ciò che chiama forme di vitalità (Forms of Vitality, 2010): profili dinamici dell’esperienza che il corpo riconosce prima che la mente li concettualizzi.
Daniel Siegel, in The Developing Mind (1999) e Mindsight (2010), approfondisce la dimensione neurobiologica dell’integrazione: la capacità del sistema nervoso di collegare aree diverse dell’esperienza (corporea, emotiva, relazionale, narrativa) in un flusso coerente. Siegel definisce la mente come un processo relazionale incarnato che regola il flusso di energia e informazione. Nel lavoro con la Body Tambura, l’integrazione passa dal corpo: la vibrazione facilita la connessione tra aree dell’esperienza corporea che la persona aveva smesso di percepire come proprie.
La teoria polivagale di Stephen Porges (The Polyvagal Theory, 2011) offre il quadro neurofisiologico di riferimento: il sistema nervoso autonomo non risponde solo alla volontà ma alle condizioni di sicurezza dell’ambiente e della relazione. La vibrazione della Body Tambura, dentro una relazione terapeutica percepita come sicura, può attivare il circuito vagale ventrale, favorendo stati di calma, presenza e disponibilità al contatto sociale. Il concetto di neurocezione (la valutazione automatica di sicurezza o pericolo che il sistema nervoso compie prima della coscienza) è centrale per comprendere perché la stessa vibrazione produce risposte diverse in persone diverse e in momenti diversi.
Nell’ambito specifico della musicoterapia, Kenneth Bruscia (Defining Music Therapy, 2014) definisce la musicoterapia come un processo sistematico di intervento in cui il terapeuta utilizza esperienze musicali e le relazioni che si formano attraverso di esse per promuovere la salute. Gro Trondalen (Relational Music Therapy, 2016) approfondisce la dimensione relazionale della musicoterapia recettiva, mostrando come la musica funzioni come un terzo intersoggettivo nella relazione terapeutica: un campo condiviso in cui terapeuta e persona si incontrano.
La tradizione del GIM (Guided Imagery and Music), sviluppata da Helen Bonny a partire dagli anni Settanta, è tra i primi approcci a riconoscere formalmente il potere dell’ascolto musicale recettivo come strumento clinico. Il lavoro con la Body Tambura si colloca in continuità con questa tradizione, aggiungendo la dimensione della vibrazione corporea diretta all’esperienza dell’ascolto musicale guidato.
Infine, il lavoro di Colwyn Trevarthen e Stephen Malloch sulla musicalità comunicativa (Communicative Musicality, 2009) mostra come la capacità di entrare in relazione attraverso il ritmo, il tempo e il contorno melodico sia una competenza innata dell’essere umano, presente fin dalla nascita. Nella musicoterapia recettiva con Body Tambura, questa musicalità comunicativa è il canale attraverso cui la relazione terapeutica prende forma: il terapeuta e la persona comunicano attraverso la qualità del suono, del silenzio, del respiro, prima ancora che attraverso le parole.
Riferimenti bibliografici
- Bonny, H.L. (2002). Music Consciousness: The Evolution of Guided Imagery and Music. Barcelona Publishers.
- Bruscia, K.E. (2014). Defining Music Therapy (3rd ed.). Barcelona Publishers.
- Malloch, S., Trevarthen, C. (2009). Communicative Musicality: Exploring the Basis of Human Companionship. Oxford University Press.
- Porges, S.W. (2011). The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment, Communication, and Self-Regulation. W.W. Norton.
- Siegel, D.J. (1999). The Developing Mind: How Relationships and the Brain Interact to Shape Who We Are. Guilford Press.
- Siegel, D.J. (2010). Mindsight: The New Science of Personal Transformation. Bantam Books.
- Stern, D.N. (1985). The Interpersonal World of the Infant: A View from Psychoanalysis and Developmental Psychology. Basic Books.
- Stern, D.N. (2010). Forms of Vitality: Exploring Dynamic Experience in Psychology, the Arts, Psychotherapy, and Development. Oxford University Press.
- Trondalen, G. (2016). Relational Music Therapy: An Intersubjective Perspective. Barcelona Publishers.
Questo articolo nasce dall’osservazione che la presenza non è un concetto astratto: è un’esperienza corporea. E che la vibrazione, dentro una relazione di cura, può sostenere il corpo nel ritrovarla.